EDITORIALE
IL SASSOLINO
Non vogliamo fare polemica, ma solo una politica che guardi a come dare
un futuro alla nostra categoria.
di Giuseppe Marchica

Sulle pagine di questo giornale abbiamo sempre cercato di esporre con chiarezza le ragioni politiche della nostra strategia, evitando accuratamente di polemizzare, per quanto possibile, con chi non si riconosce nei percorsi sindacali messi in campo dal Sinagi. Ragioni politiche e percorsi sindacali costruiti insieme alla categoria e agli organismi dirigenti a tutti i livelli, attraverso centinaia di riunioni, di assemblee, circolari, ed una costante presenza sui diversi social network per spiegare e rispiegare le nostre idee e i nostri comportamenti. Un atteggiamento responsabile che abbiamo da sempre ritenuto indispensabile al fine di non alterare i delicati rapporti con le altre sigle sindacali, anche se a volte abbiamo avuto la sensazione di essere ostacolati nei nostri progetti dagli stessi compagni di viaggio. Ciò nonostante, non abbiamo mai scritto su questo giornale che quello che non si riesce a realizzare è per colpe altrui; eppure ragioni per farlo ne avremmo avute; purtroppo, a questa nostra corretta posizione, a questo nostro impegno comportamentale, non è stato corrisposto altrettanto rispetto.
Siamo soggetti a critiche, e queste le accettiamo sempre, ma anche ad accuse che qualche volta diventano insulti, e a mille altre situazioni, che spesso nascondono solo la pochezza di chi non vuole un dialogo produttivo con noi e che, tuttavia, si rivolge direttamente ai nostri dirigenti provinciali bypassando costantemente la nostra struttura nazionale, per scagliare deliranti ed assurde accuse nei nostri confronti; un’azione che appare assolutamente scorretta, che di per sé qualifica negativamente una organizzazione nazionale che pure si identifica in un grande sindacato confederale.
Questo è un modo vecchio e squallido di fare sindacato, che stavamo e stiamo cercando di superare mettendo in trasparenza tutto quello che possiamo.
Ma, francamente, si comincia ad essere stufi di sacrificarsi per tutti, ed avere in cambio solo bugie, accuse gratuite, sotterfugi.
Avevamo scritto nel saluto inviato a tutti i responsabili provinciali del Sinagi nel dicembre 2012:
“Il Sinagi, è sempre stato consapevole che la divisione sindacale indebolisce tutti, e che nei confronti degli Editori, la vera questione, è l’apertura delle trattative per il rinnovo dell’accordo. Questa consapevolezza, l’avete anche Voi tutti, al punto che in ogni occasione, avete chiesto di ricompattare il tavolo, per presentarci uniti al confronto, senza ovviamente rinunciare a quelli che sono i principi cardine del nostro progetto di rinnovo contrattuale, principi che continuano ad essere l’obiettivo a cui tendere.
Per queste ragioni, abbiamo scelto di mettere da parte quello che i nostri caratteri personali ci suggerivano, e abbiamo proposto, condiviso e costruito un percorso unitario con le altre sigle, che ci ha portato a redigere tre diversi documenti, inviati a Fieg, Governo e Associazioni dei Distributori locali. Quei documenti li abbiamo condivisi, ma non vuol dire che rappresentano in pieno la nostra idea di percorso da seguire.
Abbiamo riannodato un filo unitario, che dovrebbe rafforzare l’intero fronte sindacale non solo nella richiesta di apertura delle trattative, ma soprattutto nella trattativa stessa, un filo molto sottile, che rischia di rompersi, e che invece bisogna cercare di salvaguardare.
In termini brutali, vale per il sottoscritto, ma immagino anche per tutti gli altri, la voglia di mandare a quel paese tutti e dire andiamo avanti per conto nostro, era molto forte, ed era anche semplice scegliere questa strada, ma il senso di appartenenza alla categoria, e alle sue esigenze, non può che prevalere.”
Noi ci siamo sforzati di seguire questa strada, alla continua ricerca di come annodare i fili tra le Organizzazioni sindacali, in cambio riceviamo indifferenza, anzi forse anche peggio.
Da una parte veniamo a conoscenza, attraverso comunicati stampa, della intenzione di dare disdetta dell’accordo nazionale da parte di due sindacati, dall’altra di essere accusati di essere la causa delle scarse adesioni allo sciopero; ovviamente per il fatto che noi non c’eravamo.
Noi abbiamo spiegato le nostre ragioni, non abbiamo detto che altri non hanno saputo cogliere il momento per aprire un confronto diverso, finalmente diverso, con la politica.
E l’incontro del 6 marzo, non è figlio del sacrificio di immagine che Noi abbiamo fatto?
E se, per la prima volta nella storia recente, un Sottosegretario afferma che “E’ indubbiamente necessaria una messa a punto delle norme di liberalizzazione … che meritano correzioni” e ancora: “… le edicole rappresentano un sistema distributivo capillare, fondamentale per diffondere gli strumenti della lettura, e va perciò tutelato anche l’interesse sociale da queste rappresentato”, dovevamo ignorarlo?
E se un Prefetto, come quello di Roma, ci incontra, e poi ci invia un documento in cui si legge: “Il Prefetto riconoscendo il ruolo di servizio pubblico svolto dalla categoria nel garantire il pieno rispetto dell’art. 21 della Costituzione” e ancora “Il Prefetto si è impegnato a promuovere un incontro tra le parti e il nuovo governo per un confronto sulle richieste avanzate”, dovevamo ignorarlo?
Uno sciopero di quelle dimensioni, da Noi proposto, era un atto di ribellione da parte di una categoria esasperata ed ignorata da tutti, non solo dalla controparte editoriale (una controparte senza idee, che guarda con estrema preoccupazione alle storiche testate che chiudono o che sono poste in vendita al migliore offerente, e che non riesce a formulare nemmeno una proposta condivisibile), e che aveva di fronte un muro invalicabile rappresentato dal Governo e dalle forze politiche. Abbiamo infranto questo muro, e se anche non ci sono ancora risultati visibili, potremmo elencare una enorme quantità di incontri, ufficiali e non, contatti con rappresentanti del Governo, dei vari Dipartimenti, e di tutti i gruppi politici.
Stiamo uscendo da quella sorta di isolamento in cui ci avevano messo, anche a causa di accordi non sottoscritti per non penalizzare ulteriormente la categoria. Il non fermarsi è stata, a nostro avviso, una scelta dettata più da un impulso che da una attenta valutazione dei fatti; una evidente miopia politica che senza la nostra estrema assunzione di responsabilità politica, il sofferto e doloroso differimento dello sciopero, saremmo del tutto e da tutti isolati.
Noi non riteniamo di avere le verità in tasca, ma pensiamo di aver spiegato a tutti nei minimi particolari le ragioni di una scelta che, si ribadisce, ci hanno portato a riaprire un confronto col Governo che per otto mesi non ci aveva dato alcun segnale di riconoscimento.
Dovremmo anche raccontare di qualche sindacato che diceva che andare all’incontro del 6 marzo era solo perdita di tempo, ma che comunque non voleva mancare, o di altri che partendo dalla propria scelta di sostenere la liberalizzazione totale, approfitta di tutti i tavoli, che faticosamente NOI riusciamo ad aprire, per sostenere una linea che nulla ha a che vedere con una categoria in sofferenza come la nostra?
O forse dovremmo parlare di chi accetta come ineluttabile la chiusura di migliaia di punti vendita, creando solo una sorta di rete professionale scelta da altri, o forse dobbiamo chiederci chi tra noi si oppone alla modifica della parità di trattamento, o chi tra noi vuole cominciare a riconoscere contributi economici ai distributori, in cambio di non si sa cosa?
Sarebbe forse utile parlare delle vicende legate agli abbonamenti al 10%, e di chi, come il Sinagi, pur rimanendo da solo, nel non firmare il primo documento, padre degli accordi successivi, non ha accettato sin dall’inizio la metodologia editoriale di procedere nella discussione di un tema importante, negando qualsiasi forma di garanzia riguardo il merito dell’accordo nazionale e le sue indispensabili modifiche anche sul piano economico.
Di sassolini da toglierci dalle scarpe ne abbiamo tutti, e sono tanti, ma non può essere questa la strada.
Così come non può essere sempre il Sinagi a tentare di tenere i fili annodati, mentre altri si sentono liberi di sparare a destra e a sinistra accusandoci spesso di “egemonia” ed “arroganza”.
Noi siamo qui, consapevoli che la divisione fa bene solo alle controparti, e chiediamo quindi uno sforzo di onestà intellettuale, correttezza e trasparenza a tutti (a noi stessi per primi), perché se dei responsabili sindacali non capiscono questo, se pensano di continuare sulla linea dell’ognuno per sé, allora si dà davvero ragione a chi sostiene che occorra una tempesta perfetta, che ripulisca tutto per ripartire da capo.
Sarei d’accordo anche io, se non fosse che quella tempesta non brucerebbe dirigenti e sindacati, ma raderebbe al suolo una intera categoria, e decine di migliaia di famiglie.
Il nostro progetto, lo abbiamo scritto, le nostre trenta richieste a politica ed editori, sono stampate e pubblicate ovunque, e da lì noi partiamo con chiarezza e trasparenza.
Conosciamo tutte le difficoltà, sappiamo della crisi che attraversa l’intero sistema, a partire dalle edicole e finire ai maggiori editori.
Da qualche parte si deve però iniziare, e allora portiamo a casa il ruolo di servizio pubblico delle edicole, portiamo a casa le chiarificazioni necessarie sull’art.39, la modifica della parità di trattamento, a cui sembra essere interessata pure la Fieg, e apriamo con la stessa Federazione il confronto su conto deposito, e su quella infinità di pubblicazioni che ritornano puntualmente in edicola, come una malattia, che spolpano i rivenditori e anche i DL in molti casi, e cerchiamo di distinguere le pubblicazioni nuove da quelle riciclate.
Partiamo da qui, cominciamo a riscrivere un accordo che va rifatto su basi completamente nuove.
Noi ci siamo, ma vorremmo sapere pubblicamente cosa vogliono gli altri sindacati.
Il conto assoluto, si o no? La liberalizzazione, si o no? L’aumento della percentuale, si o no? Le compieghe e gli abbinamenti con un aumento dell’aggio del 5%, si o no? Portare tutto quello che non è di prima uscita al 30-40% e oltre, si o no?
Credo sia un dovere di tutti essere trasparenti e dire cosa si vuole per la categoria; noi siamo qui, disponibili come sempre, anche a fare mediazioni, a modificare qualcuna delle nostre trenta richieste, ad accettare che ci sia un unico portavoce, ma nella chiarezza e su un progetto che deve essere scritto e consegnato a tutti i Rivenditori; è del loro futuro e della loro vita che si discute, e se si vuole costruire il nuovo, allora facciamo tutti un passo avanti.
Non vogliamo fare polemica, ma solo una politica che guardi a come dare un futuro alla nostra categoria.
Tolto qualche sassolino che faceva male, Noi ricominceremo a tessere quel filo con tutti, essendo consapevoli che questa rappresenta l’unica strada possibile, se non si vuole lasciare dietro solo macerie.
In un’epoca in cui perfino le consultazioni per la tentata formazione di un Governo si fanno in streaming, dovrebbe essere molto più facile per chiunque scrivere apertamente cosa si vuole fare realmente.
Con chiarezza e trasparenza.

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